Contenuto del corso
Manzoni: vita, pensiero, opere, la questione della lingua
https://www.studenti.it/cinque-maggio-alessandro-manzoni-testo-parafrasi.html
0/2
Storia: Prima parte sintesi Storia del Risorgimento
Sintesi storia del Risorgimento parte 1
0/2
Lettere (Ita – Sto) 5° Anno

 

https://www.mondadorieducation.it/media/contenuti/universita/roccucci_storia_contemporanea/assets/documents/cap_09_1.pdf

https://www.studenti.it/riforme-giovanni-giolitti-riassunto.html

https://share.google/oqA72aQ9Voaun9Od6

https://share.google/vA9SG6hNAr146zTI2

Caratteri fondamentali della politica di Giolitti
L’età giolittiana (1901/1914)
Giovanni Giolitti nacque a Mondovì (Cuneo) il 27 ottobre 1842.si iscrisse alla
facoltà di giurisprudenza laureandosi a soli diciannove anni, Non partecipò,
come molti giovani della sua età, alle guerre di indipendenza del 1859 e del
1866 giustificandosi col fatto che era figlio unico di madre vedova.. Incominciò
a lavorare nel 1862 al ministero di grazia e giustizia e successivamente al
ministero delle finanze con la qualifica di caposezione. Collaborò con diversi
ministri della Destra storica, contribuì all’opera di risanamento del bilancio
dello Stato, che si concluse poi, com’è noto, col pareggio del bilancio per
mezzo di una politica di estremo rigore fiscale..Con l’avvento del nuovo
presidente del consiglio della Sinistra storica, Agostino Depretis. Nel 1877 fu
nominato alla Corte dei Conti e nel 1882 divenne Consigliere di Stato. Fu eletto
deputato, carica che conservò fino alla morte .Appoggiò per qualche anno la
politica del governo Depretis, ma poi si distaccò da essa perché egli era ostile
alle imprese coloniali che portavano troppe spese in bilancio. Si avvicinò
pertanto a Crispi (divenuto nel 1887 presidente del consiglio), che nel 1889
nominò Giolitti ministro del tesoro e poi anche delle finanze. si distaccò anche
da Crispi perché ostile alla sua dispendiosa politica coloniale. Dimessosi Crispi
nel 1891, gli subentrò un governo di destra presieduto da di Rudinì che durò
solo un anno. Nel 1892, soprattutto grazie alle intercessioni di Urbano Rattazzi,
ministro della Real Casa (nipote di quell’Urbano Rattazzi che era stato a capo
del governo nel 1862 e nel 1867), il re Umberto I diede mandato a Giolitti di
formare il nuovo governo.
————————————————————————————————
Nel 1901 il re Vittorio Emanuele III nominò presidente del Consiglio Giuseppe
Zanardelli e ministro degli Interni, Giovanni Giolitti. Giolitti era un uomo
politico pratico,moderato,esperto e Zanardelli,lasciò che fosse Giolitti a
prendere le decisioni più importanti e,fece si che Giolitti stesso fosse Ministro.
Il periodo che va dal 1901 al 1914 prese il nome di età giolittiana..Il suo primo
ministero fu caratterizzato soprattutto da due eventi: l’agitazione sociale dei
Fasci siciliani e lo scandalo della Banca Romana. Nel primo caso Giolitti lasciò
che i moti si svolgessero senza l’intervento attivo della forza pubblica. Egli
sosteneva che nei conflitti sindacali (è il caso di ricordare che proprio nel 1892
fu fondato, a Genova, il PSI) lo Stato si dovesse mantenere neutrale e le forze
dell’ordine fossero tenute ad intervenire soltanto in caso di violenze ed
incidenti. Questa idea non fu gradita dai datori di lavoro ed in generale dalle
forze più conservatrici del paese. Per quanto riguarda la Banca Romana, essa
era una delle banche italiane di emissione di carta moneta. Nel 1889 l’allora
presidente del consiglio Crispi aveva ordinato un’ispezione sulla situazione

delle banche di emissione. Essa era stata affidata al senatore Giacomo Alvisi e
ad un funzionario del Tesoro. Furono riscontrate gravi irregolarità
nell’amministrazione della Banca Romana che consistevano nella stampa
clandestina di 9 milioni di lire ed un’eccedenza abusiva di 25 milioni in carta
moneta. Tuttavia la relazione non era stata resa pubblica nel timore di uno
scandalo. Giolitti commise l’errore di chiedere per altri sei anni la proroga del
diritto della banca di emettere denaro, mentre sarebbe stato necessario
intervenire al più presto per fondare un’unica banca centrale che emettesse
contante (successivamente, nel 1894, nacque la Banca d’Italia). Inoltre lo
statista piemontese aveva proposto la nomina del governatore della Banca
Romana, Bernardo Tanlongo, a senatore. Il Senato si oppose alla proroga dei sei
anni e Giolitti, il 19 dicembre 1892, presentò un disegno di legge in cui la
proroga veniva ridotta a soli tre mesi. Tuttavia l’opposizione venne a sapere i
risultati dell’inchiesta del precedente governo Crispi. Giolitti fu accusato di
aver coperto, come ministro del tesoro dello statista siciliano, le malefatte di
Tanlongo che venne arrestato il 19 gennaio insieme ai suoi collaboratori.
Successivamente, per accertare ogni responsabilità, il presidente della Camera,
Giuseppe Zanardelli, nominò il cosiddetto “Comitato dei sette”, formato da
sette deputati –
Giolitti fu imputato di non aver reso pubblica la relazione effettuata dal governo
Crispi. In ogni caso l’accusa di corruzione non fu provata, In seguito, nel
dicembre 1893, diede le dimissioni. Gli successe Francesco Crispi, che in realtà
era ben più compromesso di Giolitti nella questione dello scandalo bancario.
Giolitti consegnò al presidente della Camera, in una seduta tumultuosa, tutti i
documenti in suo possesso relativamente all’episodio della Banca Romana
comprovanti il grave coinvolgimento di Crispi stesso. Quest’ultimo sporse
quattordici querele nei confronti di Giolitti. Questi, temendo di essere arrestato,
raggiunse in Germania la figlia Enrichetta che si era stabilita lassù. Dopo poco
tempo, calmatasi la situazione, poté ritornare in Italia. La Camera, dopo varie
discussioni, preferì insabbiare tutta la vicenda, anche con la scusa della
situazione problematica che si era venuta a creare sul piano coloniale in Africa.
Crispi intanto, dopo aver represso con duramente le agitazioni sociali in Italia e
sciolto il PSI , dovette dimettersi nel 1896 in seguito alla sconfitta di Adua, in
Abissinia.
Il nuovo governo ebbe come capo nuovamente il marchese di Rudinì,A di
Rudinì successe il governo del generale Luigi Pelloux. Durante il successivo
governo di Saracco venne ucciso, nel 1900, il re Umberto I a causa di un
attentato dell’anarchico Gaetano Bresci. Gli succedette il figlio Vittorio
Emanuele III. Nel 1901 Saracco dovette dimettersi in seguito all’atteggiamento
tenuto contro la Camera del Lavoro di Genova. In questa occasione Giolitti, che
non aveva condiviso la politica repressiva attuata dai precedenti ministeri verso le agitazioni popolari, rientrò al governo come ministro dell’interno del nuovo
presidente del consiglio, Giuseppe Zanardelli. L’età giolittiana coincise,con la
rivoluzione industriale in Italia. I progressi più evidenti si registrarono
nell’industria siderurgica, elettrica e meccanica(sorsero nuove aziende come la
Fiat,l’Alfa Romeo e la Lancia). Nel settore tessile,un notevole sviluppo si
verificò nell’industria del cotone. Queste industrie erano nel Triangolo
industriale,formato da Torino,Milano,Genova. Lo sviluppo economico ed
industriale dell’Italia,fu favorito da alcune condizioni particolari. In primo
luogo,l’industria italiana fu aiutata all’inizio dall’intervento statale. La politica
protezionistica,attuata con l’imposizione di alte tasse sui prodotti esteri,favorì
notevolmente lo sviluppo delle industrie del Nord,mentre danneggiò il Sud. Un
contributo notevole allo sviluppo fu dato anche dalle grandi banche che
finanziarono abbondantemente le industrie nuove. Lo sviluppo industriale portò
notevoli miglioramenti nel livello medio di vita degli italiani. I segni più
evidenti di questo straordinario sviluppo si videro nella città:l’illuminazione
elettrica,i trasporti urbani e gli altri servizi pubblici mutarono il modo di vivere
della gente. Le condizioni igieniche generali migliorarono:la popolazione si
spostò dalle campagne alle città. La vita delle città comportò nuovi disagi per
gli abitanti e soprattutto per quelli delle classi operaie costretti a vivere in
quartieri generalmente sovraffollati,malsani e degradati. Giolitti elaborò un suo
piano di riforme,coinvolgendo il Partito socialista italiano. Il 3 novembre
Giovanni Giolitti diede vita al suo secondo ministero proponendo
all’approvazione delle camere un governo che comprendeva esponenti politici
sia di destra che di sinistra.
Ritornava, così, al potere dopo dieci anni il politico piemontese che lasciò più
di ogni altro, anche più di Francesco Crispi, un segno indelebile nella società e
nel costume politico dell’Italia liberale. Convinto assertore della necessità di
coinvolgere le classi popolari nella dialettica politica, Giolitti, con il suo
secondo mandato, propose ai socialisti riformisti, nello specifico al suo
esponente di maggiore spicco, Filippo Turati, di entrare a far parte della
compagine governativa. Turati rifiutò l’invito per non esporsi alle critiche
dell’ala radicale del partito, ma non negò l’appoggio esterno al governo.
L’apertura di credito di Turati e della corrente riformista contribuì in modo
sostanziale all’approvazione di norme a favore dei ceti popolari e della classe
operaia. Nel novero dei provvedimenti rientrarono le leggi sulla tutela del
lavoro minorile, su quello femminile e quella sugli infortuni. Importanti furono,
inoltre, i provvedimenti a favore di Napoli e della Basilicata e il dibattito
preparatorio relativo alla progettata statalizzazione delle ferrovie. Con il
secondo governo Giolitti, in carica fino al 16 marzo del 1905, ebbe inizio quella
fase storica nota come “Età giolittiana” che vide Giolitti rivestire un ruolo
egemone sulla scena politica anche quando non rivestiva ruoli decisionali.
Tra i primi anni del secolo e fino alla vigilia della prima guerra mondiale l’Italia conobbe una fase di marcato sviluppo economico, industriale e culturale che
permise al paese di competere (o, almeno, di provare a farlo) con le altre
potenze economiche europee.
Nel settembre del 1904 venne proclamato il primo sciopero generale nazionale.
L’azione di governo di Giolitti fu caratterizzata da una profonda contraddizione.
Il suo modo di fare politica venne definito del “doppio volto”. Un volto aperto e
democratico nell’affrontare i problemi del Nord ma un volto conservatore e
corrotto nello sfruttare i problemi del Sud. Per quanto riguardo il Nord ,consentì
gli scioperi e fece assumere al governo una posizione di neutralità di fronte ai
conflitti sindacali. Per Giolitti non esisteva in Italia un reale pericolo
rivoluzionario. Ma Giolitti attuò alcune riforme che migliorarono le condizioni
di lavoro degli operai.
RIFORME GIOLITTI
• L’orario di lavoro venne diminuito. Fu stabilito un massimo di 10 ore,
• Venne riorganizzata la Cassa nazionale per l’invalidità e la vecchiaia dei
lavoratori Vennero presi dei provvedimenti allo scopo di tutelare la maternità
delle lavoratrici e il lavoro dei fanciulli(l’età per accedere al lavoro venne
elevata a 12 anni).
• interventi nel campo ferroviario,
• statalizzazione delle ferrovie e la nazionalizzazione delle assicurazioni sulla
vita:a questo scopo venne creato un apposito ente,l’INA(Istituto nazionale
assicurazioni) La lotta sindacale portò all’aumento dei salari dei lavoratori che
poterono così cominciare ad acquistare non solo prodotti alimentari,ma anche
prodotti industriali(macchine da cucire,biciclette). Di conseguenza,nel Nord si
andò diffondendo quel benessere economico tipico della società di massa. . Con
Giolitti non venne attuata una riforma tributaria e non venne affrontata la
questione meridionale.
DIVARIO TRA NORD E SUD e CONDIZIONE DEI LAVORATORI
Il divario tra Nord e Sud del paese crebbe. Gli interventi si limitarono a “leggi
speciali”,come nel caso dei terremoti che si succedettero in questo periodo.
Gran parte del flusso di denaro che arrivò al Sud alimentò clientele e
corruzione. Inoltre di fronte agli scioperi del sud Giolitti non fu affatto
neutrale:fece intervenire duramente le forze dell’ordine causando sovente
numerose vittime. Il Sud, per Giolitti era un semplice serbatoio di voti da
controllare in modo spregiudicato con vari mezzi:attraverso i prefetti(i
rappresentanti dello Stato nelle province) che per suo ordine impedivano i
comizi:per mezzo delle forze dell’ordine che arrestavano i sindacalisti. Per
questo Giolitti venne criticato, tanto da essere definito”ministro della malavita”.
I salari dei lavoratori del Sud scesero enormemente portando in tutto il
Meridione povertà e disoccupazione. Molti contadini meridionali rimasti disoccupati,si videro perciò costretti a partire in cerca di lavoro verso l’estero.
Gli italiani si mossero in massa:tra il 1900 e il 1914 emigrarono più di 8 milioni
dei nostri connazionali,principalmente verso il Nord Europa,gli Stati Uniti e
alcuni paesi dell’America del Sud. L’emigrazione fu un fenomeno doloroso,che
tuttavia portò un po’ di ricchezza nelle terre più povere. Chi lavorava all’estero
infatti mandava parte della propria paga(le cosiddette rimesse) in Italia
,aumentando un po’ la ricchezza del nostro paese Inoltre i lavoratori rimasti
videro salire gradualmente i salari. Giolitti ritenne opportuno riprendere la
politica coloniale per due principali motivi:voleva dimostrare ai nazionalisti che
il suo era un governo in grado di aumentare il prestigio internazionale
dell’Italia, voleva assecondare i maggiori gruppi industriali e finanziari; voleva
accontentare l’opinione pubblica che riteneva necessario conquistare nuove
terre per dare lavoro ai braccianti del Sud.
ESITI GUERRA IN LIBIA
Il momento era favorevole per l’espansione in quanto il governo italiano,aveva
ottenuto il “diritto di conquista”della Libia. Giolitti, il 29 settembre 1911, diede
inizio alla conquista della Libia ed allo scontro con l’Impero Ottomano. Doveva
essere una guerra rapida ma si prolungò oltre le aspettative: per costringere
l’Impero Ottomano alla resa fu necessario richiamare alle armi quasi mezzo
milione di uomini ed occupare militarmente, con una serie di sbarchi, le isole
del Dodecanneso, un arcipelago Grecia compreso tra l’odierna Turchia e l’isola
di Creta a Sud, le Cicladi ad Ovest e l’isola di Samo a Nord.
Il conflitto iniziò ufficialmente il 29 settembre 1911 quando Giolitti dichiarò
guerra all’Impero turco con l’obiettivo di annettere la Cirenaica e la Tripolitania
(la Libia dell’epoca). In quel momento la Libia aveva 800.000 abitanti che
vivevano soprattutto lungo la costa. Gli italiani presenti erano circa un migliaio
di cui molti ebrei. Vivevano quasi tutti a Tripoli.
Il 3 ottobre bombardarono le fortezze di Tripoli e iniziarono i primi sbarchi di
soldati italiani (1.500 uomini). Nei giorni successivi vi furono altri sbarchi nelle
maggiori città della Libia: Derna, Homs, Tobruck e Bengasi. L’occupazione
vera e propria con 34.000 uomini e 72 cannoni iniziò dall’11 ottobre.
Gli italiani potevano contare su un buon contingente che poi aumentò
progressivamente fino a 100.000 uomini. La guarnigione turca invece poteva
contare solo su 5.000 uomini e gli arabi sembravano indifferenti a quanto stava
succedendo. Per venti giorni circa non ci furono fatti significativi.
Gli italiani erano arrivati in Libia con la convinzione che gli arabi non
vedessero l’ora di mandar via il dominio ottomano e che compito dell’Italia osse di portare la civiltà e il benessere in queste terre potenzialmente molto
ricche ma dominate da un governo inefficiente e lontano.
Il 23 ottobre nell’oasi di Tripoli ci fu una rivolta degli arabi (8.000 armati) e il
nostro schieramento venne colto di sorpresa con almeno 500 bersaglieri uccisi
(21 ufficiali e 482 uomini di truppa), alcuni evirati oppure con la testa mozzata.
Il nostro schieramento difensivo intorno a Tripoli poteva contare a ovest e a sud
sulla linea del deserto appena fuori la città. A est invece tagliava a metà la
grande oasi di Tripoli dove vivevano migliaia di arabi.
Fu facile per la guerriglia araba intrufolarsi tra le linee italiane e prendere gli
italiani di fronte e soprattutto alle spalle mentre erano schierati in trincee
scavate nella sabbia.
caddero anche tante ingenue e illusioni sulla missione civilizzatrice dell’Italia
La stampa italiana parlò di “tradimento” come se gli arabi non avessero il
diritto di difendere la loro terra. In realtà siamo andati in Tripolitania e
Cirenaica con la convinzione che fossero “terre di nessuno” trascurate dalla
pigrizia dei turchi e dall’indifferenza degli arabi. Si diceva poi che l’Italia
poteva vantare un diritto di conquista che risaliva all’impero romano.
Tutta la spedizione fu preparata male, con molta fretta e approssimazione, con
la convinzione che un “popolo come gli arabi di Tripolitania e Cirenaica
avrebbe appoggiato subito la conquista italiana.
Crimini di guerra
L’esercito italiano non esitava a rispondere agli attacchi della guerriglia ma
soprattutto a reagire con violenza inumana. Nell’oasi di Tripoli gran parte degli
arabi catturati con le armi in pugno furono fucilati seduta stante, impiccati a
decine oppure inviati a migliaia a morire di fame e malattie in veri e propri
lager sulle isole Tremiti, a Ponza, a Gaeta, Ustica e Favignana (probabilmente
4.000 arabi).
Per la prima volta si usarono “carrette del mare” per la deportazione in Italia
molto simili alle precarie imbarcazioni che spesso fanno naufragio oggi nel
Mediterraneo con lo stesso carico umano fatto di sventura e morte. A Tripoli la
repressione fu durissima (impiccagioni, esecuzioni sommarie anche di donne e
ragazzini) e non risparmiò neppure le abitazioni dell’oasi distrutte in parte dal
fuoco. Le relazioni ufficiali sono molto oscure sulla repressione ma ipotizzare
altre 4.000 vittime non ci si discosta più di tanto dal vero. In una sola occasione
furono impiccate quattordici persone nella Piazza del Pane di Tripoli.
Con questi metodi l’Italia era riuscita nel difficile intento di far rimpiangere
l’amministrazione turca.
La stampa straniera fino a quel momento benevola nei confronti dell’Italia
reagirà con sdegno: in Germania i giornali riferivano di bambini uccisi, di fedeli trucidati nelle moschee, di donne a cui era stato tagliato il seno.“Era questa la
civiltà che essa dichiarava di portare in Tripolitania?”.“The Times” scrisse che
“il tricolore è la bandiera meno onorata fra quante ondeggiano sopra un’Europa
militarista e finanziaria”Anche nel mondo mussulmano ci furono forti reazioni
di sdegno.
La stampa italiana in Libia fu sottoposta a un controllo serrato (doppia censura,
in Libia e in Italia), in ogni caso tra i giornalisti accreditati a Tripoli (e tra di
loro c’erano le migliori “firme” del giornalismo italiano) nessuno avrebbe
voluto diffondere notizie imbarazzanti. La prova è la resistenza tenace in Italia
in quei mesi del mito del soldato italiano “buono e generoso” nonostante quello
che era accaduto. Vi fu certamente la volontà di vendicare Adua (1896) e con
essa ridare all’Italia quel prestigio internazionale che la sconfitta in Etiopia
aveva fatto perdere.
Un’altra causa fu la volontà di Giolitti di allargare il quadro politico italiano alle
nuove forze politiche della destra che allora erano del tutto favorevoli alla
conquista coloniale. Ma forse la vera causa furono i mutamenti che subì nei
mesi precedenti la politica internazionale.
Bisogna premettere che il Nord Africa come la quasi totalità del continente
africano era nelle mani delle potenze europee. La Francia aveva Algeria e
Tunisia, la Gran Bretagna aveva l’Egitto e a sud della Libia il Sudan. L’Italia
rischiava di essere schiacciata tra Francia e Gran Bretagna e per questo doveva
occupare la Libia.
ULTERIORI RI FORME DI GIOLITTI
La principale riforma democratica dell’età giolittiana fu l’approvazione nel
maggio 1912 di una nuova legge elettorale che introduceva il suffragio
universale maschile,cioè la concessione del diritto di voto a tutti i cittadini
maschi.
• Nel 1913 Giolitti stipulò con l ‘Unione cattolica il Patto Gentiloni: i cattolici
promettevano di votare quei candidati liberali che avessero sottoscritto
l’impegno di difendere la Chiesa. Grazie a questo patto nelle elezioni del 1913
Giolitti riuscì ad ottenere nuovamente la maggioranza. La guerra in Libia e la
crisi economica avevano indebolito il governo guidato da Giolitti che nel 1914
preferì dare le dimissioni. Gli succedette Antonio Salandra. Nel 1914 in
Romagna e nelle Marche scoppiarono dei disordini ,che presero il nome di
settimana rossa. L’Italia entrava così in un clima di tensione.
• 1914: finisce l’età giolittiana. La guerra in Libia aveva indebolito il governo
Giolitti. Molti lo criticavano e l’economia era di nuovo in crisi. In questo
contesto Giolitti diede le dimissioni, pensava probabilmente che sarebbe stato
richiamato al governo come era successo in passato. Al re indicò come suo
successore Antonio Salandra, un conservatore che represse duramente scioperi e
disordini restituendo al paese un’atmosfera di forte tensione. Finisce l’età giolittiana.

https://www.studiarapido.it/biennio-rosso-italia-1919-1920-riassunto/