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Manzoni: vita, pensiero, opere, la questione della lingua
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Storia: Prima parte sintesi Storia del Risorgimento
Sintesi storia del Risorgimento parte 1
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Lettere (Ita – Sto) 5° Anno

Nel 1861, l’Italia unificata si trovava in una condizione di grave
arretratezza e povertà. Nonostante l’unificazione politica,
persistevano profonde differenze tra Nord e Sud Italia in vari
ambiti. Le differenze si manifestavano anche nelle infrastrutture e
nell’agricoltura:
•Al Nord la viabilità era più sviluppata
Al Sud prevalevano ancora i latifondi, mentre al Nord si
diffondevano aziende agricole più moderne. Il Regno delle Due
Sicilie seguiva ancora i principi del mercantilismo, trascurando
istruzione e infrastrutture necessarie allo sviluppo economico e
industriale.
Nel panorama politico, esisteva un unico partito: il partito liberale.
Gli storici dividono la Storia d’Italia dal 1861 ad oggi in due fasi
principali:
1.Destra storica (1861-1876): governi liberali conservatori
Sinistra storica (1876-1900): governi liberali progressisti
La Destra Storica, al governo dal 1861 al 1876, dovette
affrontare la sfida di dare un assetto politico all’Italia
unificata. Si optò per uno Stato accentrato, sul modello
francese, con un forte controllo sugli enti locali.
Caratteristiche principali del periodo della Destra Storica:
1.Monarchia costituzionale guidata da Vittorio Emanuele II
2.Adozione dello Statuto Albertino come costituzione
3.Voto per censo limitato al 2% della popolazione
4.Legge Casati sull’istruzione (1863) con soli due anni di obbligo scolastica.
5. Obbligo servizio di leva

La principale sfida economica era il risanamento del bilancio
statale, gravato dai debiti accumulati durante le guerre
d’indipendenza. Per far fronte a questa situazione, il governo
adottò una politica fiscale restrittiva, aumentando sia le
imposte dirette che quelle indirette. La Destra Storica adottò
una politica economica liberista, mirando al pareggio di
bilancio. Questa scelta, tuttavia, penalizzò particolarmente il
Sud Italia, la cui produzione artigianale non era competitiva
sul mercato internazionale.
La Destra Storica al governo
1. Destra e Sinistra storica a confronto
Prima di iniziare definiamo la Destra e la Sinistra storica.
Entrambi gli schieramenti sono di ispirazione liberale.
Non sono partiti ma solo schieramenti di politici che hanno visioni
dissimili del futuro assetto dell’Italia da poco nata.
La destra storica vede tra i suoi esponenti eredi di Cavour:
economicamente liberisti e quindi sostenitori di una
economia agricola. Appartengono soprattutto all’aristocrazia
terriera.
La sinistra invece ha tra i suoi sostenitori protezionisti e quindi
sostenitori di una politica economica a sostegno della nascente
industria. Appartengono soprattutto alla borghesia industriale.
La legge elettorale del tempo era molto restrittiva e i
rappresentanti in parlamento (cioè solo alla Camera, perché il
Senato era nominato dal Re) erano eletti sono dai cittadini maschi,
maggiori di 25 anni, non analfabeti e che potessero pagare 40 lire di tasse annue, ovvero solo 400.000 uomini, circa 2% della
popolazione.
Gli esponenti appartenente alla Destra Storica governano dal 1861
al 1876
Si considerano eredi di Cavour e hanno avuto un ruolo
protagonista nella formazione dell’Italia anche per il futuro.
Nel 1861 viene nominato capo del governo (la nomina la faceva il
Re), il barone fiorentino Ricasoli (ma ricordiamo che la capitale
era ancora a Torino). Ricasoli si pone il problema se dare allo
Stato un assetto centrato o decentrato. Viene scelto il primo e
l’Italia viene divisa in province, ognuna controllata da un prefetto
(di nomina governativa) e comuni governati da sindaci (sempre
nominati dal governo). Questo fenomeno si chiamerà
Piemontesismo: la costituzione e le leggi piemontesi verranno
applicate completamente su tutta l’Italia, senza tenere conto delle
differenze dei paesi appena conquistati.
L’unificazione italiana per molti verrà vista come una conquista e
anche il Re Vittorio Emanuele II manterrà il suo nome, a indicare
questa continuazione, e non lo cambierà in Vittorio Emanuele I,
come avrebbe dovuto, in quanto è Re di un nuovo regno.
I problemi per i territori conquistati, a Sud, saranno molto gravi:
• pesanti tasse
• introduzione del servizio obbligatorio militare e obbligo
scolastico
• nessun investimento
Molte delle speranze sociali che avevano sostenuto la spedizione
di Garibaldi vengono deluse. In molte zone del sud, ma soprattutto
in Campania (dove più forti erano i sostenitori dei Borbone) si
registra una rivolta sociale molto forte, quella dei briganti. I
briganti erano composti da una larghissima fetta della società: ex
garibaldini, ex soldati borbonici, famiglie intere con figli. I
Briganti vedono il nuovo Stato come occupante e nemico e la loro rivolta durerà dal 1961 al 1965 creando una forte guerriglia in
tutto il sud. La rivolta su repressa violentemente dall’esercito
italiano con la legge Pica che permetteva di fucilare chiunque
fosse trovato in possesso di armi. La repressione non tenne conto
delle cause della rivolta e contribuì alla diffusione, nel sud Italia,
di mafia e camorra.
A causa della guerra e dei mancati investimenti l’economia del
Sud si trova ad essere fortemente arretrata rispetto al Nord:
povertà, mortalità, redditi bassi, mancanza di infrastrutture. Per
riattivarla si usò la ricetta del libero scambio (ovvero del
Liberismo): no dogane interne, dazi doganali molto bassi.
Obiettivo era il pareggio del bilancio. Questo obiettivo fu affidato
a Quintino Sella il quale decise di raggiungerlo con due attività:
• vendita delle terre della Chiesa nei territori conquistati.
• introduzione di molte tasse indirette come la odiata Tassa sul
macinato (1868)
La prima attività aumentò il latifondo invece di redistribuire la
terra ai contadini (altra promessa di Garibaldi non mantenuta), in
quanto il Governo, avendo bisogno di soldi, vendette le terre
all’asta e ovviamente le poterono ricomprare soltanto i più ricchi.
La seconda scatenò altre rivolte sociali violente che provocarono
l’intervento dell’esercito guidato dal generale Cadorna con 257
morti.
Il 16 marzo 1876 il capo del governo Minghetti poté annunciare il
raggiungimento del Pareggio del Bilancio: il paese era però
spremuto e c’era adesso bisogno di ampie riforme che la destra
storica non fu in grado di attuare (a causa del suo liberismo) e il
18 marzo il governo cade passando la mano alla Sinistra Storica.
La questione romana
Durante gli anni della Destra al governo si affronta la cosiddetta
Questione romana, ovvero l’annessione di Roma al Regno, 

considerata da tutti e anche da Cavour, la capitale naturale
dell’Italia e ancora sotto in controllo dello Stato della Chiesa.
Annettere Roma però non era facile perché Roma era direttamente
difesa dai francesi per volere d Napoleone III, fin dal 1849.
Nel 1862 il primo ministro Rattazzi decide di appoggiare una
spedizione di Garibaldi contro Roma che partì dalla Calabria
reclutando volontari ma a seguito delle proteste di Napoleone fu
poi costretto a fermarlo con l’esercito in Aspromonte (in Calabria)
dove Garibaldi fu anche ferito.
Nel 1864 il nuovo primo ministro Minghetti scelse la via
diplomatica e stipulò con Napoleone le Convenzioni di
Settembre: se la Francia ritira le sue truppe in difesa di Roma,
l’Italia rinuncia a Roma come capitale e sceglie come nuova
capitale, al posto di Torino, Firenze (che sarà capitale dal 1865 al
1871).
Nel 1866 il governo italiano stipula una alleanza con il cancelliere
tedesco Bismarck che porterà allaT erza Guerra di
Indipendenza contro l’Austria e che permetterà all’Italia di
annettere il Veneto (Venezia) ma NON Trento (nonostante questa
fosse stata liberata dalle truppe volontarie “I cacciatori delle Alpi”
guidate da Garibaldi) né Friuli (Trieste) con la Pace di Vienna.
Nel 1870, approfittando della sconfitta a Sedan dell’esercito
francese contro i tedeschi di Bismarck durante la guerra Franco-
Prussiana, l’esercito italiano irrompe a Roma (20 settembre
-Breccia di Porta Pia) e il 2 ottobre, con un plebiscito, annettono
Roma all’Italia che poi diventerà nel luglio 1871 la nuova
Capitale.
Il Papa,Pio IX, ovviamente non accetta l’annessione e scomunica
il Regno d’Italia e con la bolla Non Expedit, ammonisce tutti i cattolici a non riconoscere lo Stato Italiano. 

La Sinistra Storica al governo
1. Il governo Depretis
Con la caduta dell’ultimo governo della Destra di Minghetti (18
marzo 1876), il 25 marzo viene nominato per la prima volta un
primo ministro della Sinistra Storica:Agostino Depretis,leader
dell’opposizione, che resterà in carica fino al 1896.
Nello stesso anno sono svolte le elezioni che vedono la vittoria del
fronte della sinistra da lui guidata.
Depretis, in gioventù è stato mazziniano (come molti), ma ora
guida il fronte moderato dei liberali industriali.
Il suo programma può essere riassunto in quattro punti chiave:
1.Eliminare l’analfabetismo e nel 1877 emana la Legge
Coppino che porta l’obbligo scolastico a 9 anni e introduce
asili e scuole serali;
2. Allargare il suffragio e viene deciso che a votare possono
andare tutti gli italiani che abbiano compiuto 21 anni,
abbiano fatto la seconda elementare e che possano pagare 20
lire di imposte annue (contro le 40 della legge elettorale
precedente)
3. Abolire la odiata tassa sul macinato e che verrà in effetti
abolita nel 1884 portando però di nuovo il paese in deficit .
4.Decentrare l’amministrazione (fino a quel momento molto
accentrata così come fu voluta da Ricasoli)
Nel 1882, alle successive elezioni, votano due milioni di persone
(invece di 400.000 come alle elezioni precedenti). Vince ancora la
sinistra ma per la prima volta entra in parlamento un socialista
(Andrea Costa) e questo allarma molto i deputati liberali.
Negli anni ’70 vengono fondate le prime grandi industrie italiane:
Pirelli, Terni, Breda, ma il settore trainante è ancora l’agricoltura,
che nel sud è ancora dominata dal latifondo. L’agricoltura negli
anni ’80 entra in profonda crisi a causa dei cerali introdotti dagli USAe chiedono per la prima vota protezioni doganali (ricordiamo
che l’agricoltura tradizionalmente è liberista) e nel 1887 Depretis
introduce i dazi.
Si ha quindi con la sinistra una forte svolta protezionista che
porta ad un aumento della produzione industriale ma anche ad un
aumento dei prezzi e a più forti conflitti sociali.
Nel 1881 la Francia occupa la Tunisia provocando una forte
delusione italiana (che considerava la Tunisia come una sua
colonia) e questo fa sì che l’Italia cerchi una alleanza economica
con la Germania e l’Austria per uscire dall’isolamento (che
diventerà la Triplice Alleanza). L’alleanza con l’Austria non viene
capita da molti, perché l’Austria occupa ancora territori che gli
italiani credono dell’Italia (Trento e Trieste, ad esempio) ma l’Italia
ha bisogno di uscire dall’isolamento e ha bisogno dei capitali
tedeschi e soprattutto del grande mercato tedesco dove esportare i
suoi prodotti.
Con Depretis inizia la prima vera avventura coloniale dell’Italia
tentando di occupare l’Etiopia la quale però, guidata dal suo
Negus, ha la meglio e l’esercito italiano viene massacrato a Dogali
I Governi Crispi
Nel 1887 Depretis, a causa della sua fallita avventura coloniale,
viene sostituito da Francesco Crispi il quale, il consenso del re
Umberto I, assume oltre alla carica di primo ministro anche
quella di ministro degli esteri e dell’interno.
Francesco Crispi è uomo deciso e risoluto, quello che il re voleva
per l’Italia.
Da fervente mazziniano (ha partecipato ai moti del 1848 ed era
uno degli organizzatori della Spedizione dei Mille di Garibaldi) è
diventato un sostenitore della monarchia che vorrebbe trasformare
in qualcosa di ancora più autoritario.
Le sue riforme alternano leggi progressiste a scelte autoritario: Nel 1888 lascia che il sindaco venga eletto (prima era
nominato) nel comuni con più di 10000 abitanti
• Allo stesso tempo estende il potere dei prefetti (delle
province)
• Nel 1889 con la Legge Zanardelli abolisce la pena di morte
• Allo stesso tempo diminuisce i diritti sindacali e aumenta la
polizia
La sua politica colonia è molto aggressiva e con il negus di
Etiopia, Menelik, raggiunge un accordo noto come il Trattato di
Uccialli con il quale si stabilisce (secondo la versione italiana,
quella etiope era leggermente diversa) che l’Italia avrebbe
occupato l’Eritrea e avuto protettorati su Etiopia e Somalia.
Crispi non fa in tempo a far valere il trattato perché il suo governo
viene messo in minoranza e al suo posto, nel 1891, viene
nominato Giovanni Giolitti, altro esponente della sinistra, ma più
moderato.
Durante il governo Giolitti, nel 1893, scoppia una feroce rivolta in
Sicilia (la rivolta dei Fasci Siciliani) che chiede meno tasse e più
terra. A Giolitti viene chiesto di intervenire con la polizia ma lui
rifiuta perché ritiene che le rivolte non vadano represse ma
comprese nelle loro cause. Questa decisione lo farà etichettare
come un debole.
Lo stesso anno torna Crispi che manda in Sicilia un esercito di
50.000 uomini e reprime la rivolta nel sangue.
In Etiopia Crispi chiedeil rispetto del trattato di Uccialli ma
Menelik rifiuta il protettorato italiano e scoppia la guerra che
porterà alla sconfitta dell’Italia e al massacro di Adua, con 7000 morti.
Nel 1896 Crispi si dimette.La Crisi di fine secolo
Con le dimissioni di Crispi finisce il ventennio di Sinistra Storica
in Italia e viene nominato primo ministro Rudinì che firma con
l’Etiopia il trattato di Addis Abeda (con il quale l’Italia rinuncia
all’Etiopia ma ottiene la Somalia).
Durante il suo govearno l’Italia attraversa una crisi alimentare
terribile. A causa del blocco dell’importazione del grano USA,
mancheranno i generi alimentari di prima necessità (come il pane).
Il 6 maggio 1898, a Milano, durante una manifestazione, il
generale Bava Beccaris spara con i cannoni sulla folla
provocando numerosi morti e arrestando molti socialisti come
Turati. A seguito di questa prova Beccaris viene addirittura
insignito di una medaglia dal Re.
Rudinì si dimette e al suo posto viene nominato il ministro
Pelloux che tenterà trasformare il paese in senso ancora più
autoritario togliendo molta libertà di stampa e facendo
ostruzionismo in parlamento.
Ma la sua politica non ha successo e alle elezioni del 1900 la
sinistra radicale avanza in parlamento e il 29 luglio Gaetano
Bresci anarchico italiano emigrato negli USA, uccide il re
Umberto I per vendicare i morti di Milano.
Il nuovo Re, Vittorio Emanuele III, sembra aver imparato la
lezione e nel 1900 nomina primo ministro il vecchio Zanardelli, uomo moderato della sinistra storica.